Ieri sera il San Nicola non era più uno stadio, era un bar di provincia allargato a più quarantamila persone, con il bancone spostato sul palco e Max Pezzali a fare il barista di una generazione intera. Sold out, come ormai da consuetudine per questo tour: “Max Forever – Hits Only – Gli anni d’oro” continua a riempire gli stadi italiani senza sembrare mai un’operazione nostalgia stanca. È il contrario: più passano gli anni, più quelle canzoni sembrano parlare di adesso.
C’è qualcosa di collettivo, quasi liturgico, in questi show. Non vai a vedere Max Pezzali per scoprire qualcosa di nuovo, ma ci vai per ritrovarti, letteralmente, in mezzo a chi ha vissuto le stesse scene: il motorino sotto casa, il primo amore finito male, gli amici del bar che sono rimasti gli stessi anche a quarant’anni. Il pubblico canta ogni parola non perché la conosce, ma perché quelle parole le ha vissute. Ed è qui il trucco, se di trucco si può parlare: Max Pezzali non scrive canzoni, scrive fotografie. E ogni fotografia diventa quella di qualcuno tra il pubblico.
Non c’è mai stata metafora complicata nella sua scrittura, e dal vivo questo si sente ancora di più. Frasi semplici, quasi parlate, che colpiscono proprio perché non cercano l’effetto letterario. È un linguaggio popolare nel senso più nobile del termine: quello che arriva a tutti perché non si mette mai su un piedistallo. Dal palco Max lo sa bene, e gioca con la sua immagine da eterno “ragazzo di provincia”, quello che racconta la vita com’è senza filtri da poeta.
La scaletta: un viaggio negli anni d’oro
E poi c’è la scaletta, che è il cuore pulsante di questi show da stadio: oltre 25 brani che attraversano tutta la carriera, dagli 883 fino al Max Pezzali solista. Si parte spesso dai classici che hanno fatto da colonna sonora a un’epoca — “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, “Come mai”, “Sei un mito” — e si arriva ai brani più recenti, passando per “Gli anni” e “Nord sud ovest est”, che restano ancora oggi il momento in cui lo stadio smette di essere pubblico e diventa coro unico.
C’è spazio anche per qualche sorpresa: brani meno battuti nei live abituali, tirati fuori apposta per chi il repertorio lo conosce a memoria e non si accontenta dei soliti dieci titoli. Un modo per ricordare che dietro l’etichetta di “cantante dei tormentoni” c’è una discografia molto più ampia di quanto il pubblico occasionale ricordi.
Non è un concerto che cerca di stupire con la scenografia o il virtuosismo tecnico. È un concerto che funziona perché fa una cosa sola, benissimo: restituire il tempo. Per più di due ore, il San Nicola di Bari è diventato una macchina che riportava tutti indietro — non per rimpiangere il passato, ma per festeggiarlo insieme, in piedi, cantando a squarciagola le stesse identiche parole di sempre.





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