Da quando ho letto della vicenda di Lorena Isceri, una cosa mi torna continuamente in testa: la rabbia.
Non la conoscevo personalmente e non voglio permettermi di raccontare una storia che non conosco fino in fondo. Ma da persona, prima ancora che da chi scrive, faccio fatica a leggere l’ennesima notizia di una donna uccisa e andare avanti come se fosse soltanto l’ennesima notizia di cronaca.
Per me non è una tragedia. O meglio, lo è per chi le voleva bene, per la sua famiglia, per tutte le persone che oggi devono fare i conti con una vita che non sarà più la stessa. Ma quello che è successo ha un nome preciso: femminicidio. E io credo che dobbiamo smetterla di avere paura di usare questa parola.
Mi dà fastidio quando davanti a una donna uccisa iniziamo a cercare attenuanti: la gelosia, la separazione, la rabbia, il “troppo amore”, il momento di follia. Come se ci fosse sempre qualcosa da spiegare prima di dire la cosa più semplice: una donna è stata privata della sua vita.
E personalmente è proprio questo che non riesco ad accettare: non riesco ad accettare l’idea che ancora oggi un uomo possa pensare di avere un diritto sulla vita di una donna. Che possa decidere se può restare, se può andarsene, con chi può stare, cosa può fare. Perché per me l’amore non ha niente a che vedere con il possesso. E forse dovremmo dirlo molto più spesso, soprattutto ai ragazzi: una persona che ami non ti appartiene, mai.
Provo rabbia: rabbia perché ogni volta diciamo che è l’ultima, che bisogna fare qualcosa, che bisogna cambiare cultura. Poi passa qualche giorno e tutto torna come prima, fino alla prossima donna.
Ed è questo che mi spaventa di più: il rischio che anche Lorena diventi soltanto un nome tra tanti. Un nome che ricorderemo per qualche giorno, prima che arrivi un’altra storia a prenderne il posto. Io non vorrei che fosse così, vorrei che almeno che davanti alla sua morte avessimo il coraggio di guardarci allo specchio e chiederci quanto siamo disposti, davvero, a cambiare.
Perché io non voglio più leggere di donne uccise e pensare soltanto: “Ancora una.” Vorrei poter pensare, un giorno, che finalmente abbiamo capito. Che una donna è libera di scegliere. È libera di andarsene, è libera di dire no, è libera di ricominciare e soprattutto è libera di vivere.
Lorena non apparteneva a nessuno e nessuno aveva il diritto di toglierle la vita.
A chiusura, mi sento in dovere di lasciare un monito a chi legge: Se questa vicenda tocca da vicino anche te, il numero antiviolenza 1522 risponde h24, in forma gratuita e anonima. NON ASPETTATE CHE SIA TROPPO TARDI!





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