Raccontare il Sud senza filtri, dare voce alle contraddizioni della provincia e trasformare l’esperienza personale in un racconto collettivo: il percorso di Welo nasce da qui e da qui continua a evolversi. Dalle prime esperienze nel collettivo 23.7 fino alle collaborazioni con nomi importanti della scena urban e al traguardo della finalissima di Sanremo Giovani con Emigrato, il suo è un cammino segnato da coerenza, urgenza narrativa e uno sguardo sempre attento alla realtà che lo circonda.

Abbiamo incontrato Welo, che in una lunga intervista si racconta senza sovrastrutture, parla di radici e partenze, del peso degli incontri artistici, del legame profondo e contraddittorio con il Salento e della consapevolezza maturata nel tempo.
Nel tuo percorso hai raccontato spesso la vita di provincia con le sue luci e ombre. Cosa resta del ragazzo che ha iniziato nel collettivo 23.7 e cosa invece è cambiato?
“Resta lo sguardo. Resta il bisogno di raccontare quello che vedo intorno a me senza filtri, senza abbellire le cose. Nel ‘collettivo 23.7’ ho imparato a usare la musica come sfogo e come racconto collettivo, non solo personale. Quello che è cambiato è la consapevolezza: oggi so meglio chi sono, cosa voglio dire e soprattutto cosa non voglio più raccontare per forza. Prima avevo più rabbia, oggi c’è più lucidità, ma la fame è la stessa”.

Hai collaborato con figure importanti della scena, da Enzo Dong e Mikush ai Sud quest’estate con un pezzo bomba, anche con Guè. Quanto hanno pesato questi incontri nel tuo percorso e nel tuo modo di fare musica?
“Tanto, ma non nel senso di snaturarmi. Ogni collaborazione è stata una conferma più che una svolta. Con artisti come i Sud e Guè ho capito che potevo stare in certi contesti restando me stesso. Vedere come lavorano, come vivono la musica, mi ha dato sicurezza e mi ha fatto capire che la mia storia aveva senso anche fuori dal mio quartiere. I sud in particolare mi hanno insegnato che si può restare fedeli alle proprie radici senza rinunciare a parlare al presente. Con loro ho sentito di essere parte di una continuità, non di una rottura”.
“Emigrato” ti ha portato fino alle semifinali di Sanremo Giovani. Che significato ha per te arrivare a questo traguardo con un brano così diretto e divisivo?
“È la cosa più bella che potesse succedere a questo brano. “Emigrato” non nasce per piacere a tutti, nasce per dire qualcosa che spesso si fa finta di non vedere. Arrivare fin qui con una canzone così diretta mi ha fatto capire che c’è spazio per la verità, anche su palchi importanti. È un traguardo che non sento solo mio, ma di tante persone che in questa storia si riconoscono”.
Parla di partenze, di valigie fatte in fretta, di un Sud che spesso costringe a spostarsi. Tu oggi a cosa senti di appartenere di più: alla necessità di partire o al desiderio di restare?
“Mi sento nel mezzo. So che a volte partire è necessario, quasi obbligatorio, ma allo stesso tempo il legame con la mia terra non si è mai spezzato. Anche quando vado via, il Sud me lo porto dietro. “Emigrato” nasce proprio da questa tensione: andare per crescere, ma senza smettere di appartenere”.

Il Salento è spesso presente nei tuoi testi, sia come luogo di radici che come spazio di contraddizioni. Cosa rappresenta oggi per te questa terra e quanto ha influenzato il tuo modo di scrivere e vedere il mondo?
“Il Salento per me è casa, ma è anche una domanda continua. È il posto dove impari presto cosa significa arrangiarti, resistere, ma anche sognare. Le contraddizioni di questa terra mi hanno insegnato a guardare le cose da più punti di vista, a non raccontare mai una realtà in modo semplice o superficiale. Scrivo così perché vengo da qui”.
Cosa hai provato nel momento in cui hai capito di essere ufficialmente in finalissima di Sanremo Giovani? Se potessi parlare al Welo di un anno fa, cosa gli diresti ora?
“È stato uno shock, in senso positivo. Ho provato gratitudine, orgoglio, ma anche una grande responsabilità. In quel momento ho pensato a tutto il percorso, ai dubbi, ai momenti in cui sembrava non succedere niente. Se potessi parlare al Welo di un anno fa gli direi di fidarsi di più del suo istinto, di non avere paura di dire le cose come stanno e di non mollare proprio quando sembra tutto fermo. Perché spesso è lì che qualcosa sta per muoversi davvero”.