Dopo una partita così resta poco, davvero poco.
Se non l’assurdo, irrazionale e folle, sentimento di utopia che lega da sempre chi tifa questa squadra. Crederci oggi, come ci si credeva ad agosto.
Questo, e qualcos’altro, restano di Bologna-Lecce.
Chi è causa del suo mal
La situazione, di per sé, rosea non è.
Andare a Bologna dopo la sconfitta contro l’Atalanta non era il massimo per provare a rialzare la testa.
Ma è la Seria A, guys, e finché c’è va giocata in ogni partita.
I limiti ci sono, e sono gli stessi da Agosto, e se vogliamo non sono nemmeno quelli il problema.
Lo è invece la capacità di evidenziarli con errori marchiani, banali, imbarazzanti, per favorire i gol degli avversari.
Così diventa complicato, perché non ci si dà nemmeno la chance di provarci.
Ma tant’è, chi è causa del suo mal pianga sé stesso.

Brutta e senz’anima
Più dei numeri, impietosi, delle 4 sconfitte consecutive, spicca un spia ancora più grave nel motore di questo Lecce.
Un motore che fin qui, nei suoi alti e bassi, era sempre stato affidabile sul piano del temperamento, della voglia e dell’attenzione dei suoi elementi.
E che ora, specie nelle ultime 2, sembra aver mollato anche su quel piano.
Perché una sconfitta a Bologna può anche starci, per carità, così come sulla carta e da pronostico ci stavano tutte e 3 le precedenti.
Ma non così, non senza nemmeno dare la convinzione di crederci un minimo.
Non questa, inguardabile, sconfitta brutta e senz’anima.
Appesi ad un filotto
Fiorentina, Verona, Pisa.
Un treno, quello per la salvezza, che passa ora così, veloce, velocissimo, davanti ad un Lecce che appare inchiodato.
Un’occasione, l’ultima, di continuare a sognare qualcosa che a tratti è sembrato perfino realizzabile.
Si parte da lì, da dove si è sempre stati, da primi dei retrocessi secondo tutto e tutti.
Eppure nulla è ancora scritto, e tutto ancora passa dal cuore di questa squadra.
Testa, voglia, determinazione.
Nulla è perduto.
Appesi ad un filotto.