Diciamocelo chiaramente, senza giri di parole e senza la diplomazia di circostanza che spesso ammorbidisce colpe che invece vanno chiamate con il loro nome: il Lecce ieri a Bologna ha offerto una prestazione inaccettabile. Non per una questione di risultato, non perchè l’avversario fosse superiore (il Bologna non è assolutamente il Real Madrid), il problema è stato il modo in cui è arrivata la sconfitta: atteggiamento sbagliato, poca intensità, una sensazione diffusa di rassegnazione che si è vista negli occhi e nella gestione della partita. Una squadra che, a tratti, è sembrata già fuori dalla lotta, quando invece la corsa salvezza è ancora apertissima.
L’episodio dell’occasione fallita di Stulic, a tu per tu con il portiere, è emblematico: porta spalancata, possibilità concreta di andare in vantaggio, errore. A questo punto della stagione non è più un dettaglio, a dicembre poteva essere archiviato come un episodio negativo, uno dei tanti. Ma ad aprile, con poche giornate rimaste, diventa un errore pesante, che incide direttamente sul percorso. Ogni punto perso è un mattone che cade su una casa già traballante, e gli errori cosi, grossolani, ingenui, imperdonabili in questo momento, non si possono più giustificare con la pressione, con la sfortuna e con gli episodi: sono il segnale di qualcosa che non va dentro, nella testa.
E quello che non va dentro non si aggiusta con gli schemi tattici, sia chiaro. E proprio per questo il problema non è Di Francesco. Con quello che ha a disposizione, l’allenatore sta facendo il massimo: la squadra un’idea di gioco ce l’ha, non è disorganizzata, non è allo sbando, ma i limiti che emergono sono altri.
Anche dalla panchina non sono arrivate risposte. Dentro Cheddira per Stulic, N’Dri per Banda e nel finale Sala per Pierotti con l’assetto rimasto sostanzialmente invariato in nome di un equilibrio che, in alcuni momenti, è sembrato più una forma di prudenza eccessiva che una reale scelta efficace.
Un segnale, anche questo, che conferma il momento: quando non funzionano nemmeno le soluzioni dalla panchina, diventa ancora più evidente la difficoltà complessiva della squadra nel reagire e cambiare passo.

È troppo facile dare la colpa all’allenatore. Ma qui la differenza la devono fare i giocatori, perché a questo punto della stagione non basta essere messi bene in campo: se ti vuoi salvare, bisogna sbagliare meno degli altri. E il Lecce, oggi, non lo sta facendo assolutamente.
La classifica è chiara: il Lecce è lì, pienamente coinvolto nella zona retrocessione, e i numeri delle ultime settimane confermano le difficoltà: pochi punti raccolti, troppe occasioni concesse, sterilità offensiva.
Il margine resta minimo, ma proprio quel margine, per quanto ridotto, tiene tutto ancora aperto. La classifica non è ancora una sentenza, bastano pochi risultati per rientrare pienamente in corsa, per rimettere pressione alle dirette concorrenti.
Il calendario, in questo senso, offre un’opportunità concreta: Fiorentina, Verona, Pisa, tre finali, tre partite che possono valere più dei punti in palio, perché possono ridare fiducia, accorciare le distanze e riaprire scenari che oggi sembrano complicati. Non servono calcoli: oggi servono risultati.
C’è poi un altro aspetto che pesa, ed è quello del rapporto con l’ambiente: i tifosi continuano a garantire sostegno e presenza, ma si aspettano una risposta diversa in campo. Non necessariamente vittorie, ma segnali chiari: impegno, reazione, spirito di lotta, non di resa.
Non ci si salva con le buone intenzioni, non ci si salva con le dichiarazioni post-partita, con i “dobbiamo fare di più” e i “sappiamo cosa non ha funzionato“. Ci si salva scendendo in campo con gli occhi di chi sa che la fuori c’è qualcosa da difendere, qualcosa di più grande di se, con la disperazione sana di chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare.
Questa squadra ne è ancora capace? La risposta deve arrivare lunedì prossimo, contro la Fiorentina, al Via del Mare: Forte, chiara, inequivocabile. Con un’intensità che ieri a Bologna era semplicemente assente. Quindi, Lecce ora basta alibi: nulla è perduto, sì, ma così non si va da nessuna parte: è il momento di scegliere da che parte stare.