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L'EDITORIALE 🎉 Spettacolo

Anche a vent’anni si muore, Blanco e il dolore giovane che non sappiamo ascoltare

Ci sono canzoni che passano, e poi ci sono canzoni che ti fanno abbassare il volume...

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Anche a vent’anni si muore, Blanco e il dolore giovane che non sappiamo ascoltare

Ci sono canzoni che passano, e poi ci sono canzoni che ti fanno abbassare il volume del mondo. La nuova canzone di Blanco, Anche a vent’anni si muore, per me fa questo: ti toglie l’alibi di ascoltare distratto e ti costringe a restare lì, con quello che senti.

Da lì in avanti non è più solo musica, ma una specie di stato d’animo condiviso. Parla di una stanchezza che non ha cause precise, di un’età in cui dovresti sentirti invincibile e invece ti scopri fragile, pieno di crepe che non sai bene da dove arrivino.

Il titolo è una pugnalata gentile, perché lo sappiamo tutti che a vent’anni non si muore. Eppure, se siamo onesti, sappiamo anche quante volte a quell’età qualcosa dentro si spezza. Non per tragedie epocali, ma per accumulo: accumulo di aspettative, di confronti, di delusioni minuscole che però si sommano e diventano un enorme matassa che pesa come un macigno.

Blanco non romanticizza affatto questo passaggio, non lo rende “formativo”, non ha la presunzione di dover insegnare la vita a nessuno: lo lascia essere quello che è: brutale e faticoso.

Negli anni Blanco è sempre stato un artista che usa la voce come se fosse un nervo scoperto. All’inizio sembrava rabbia, poi urgenza, poi ancora disordine. Oggi quella stessa energia mi sembra più consapevole, non più domata ma incanalata.

Questa canzone non parla di successo, non parla di futuro, non parla di rivincite. Parla di stare fermi in un punto scomodo, quando ti rendi conto che crescere non significa diventare invincibili ma scoprire nuove fragilità. È un pensiero che spesso non diciamo ad alta voce perché sembra ingrato, fuori tempo massimo, quasi un capriccio. E invece è una verità diffusa, solo poco ammessa.

Quello che mi colpisce di più è che Anche a vent’anni si muore non cerca di chiudere il discorso. Non c’è una morale, né un riscatto finale. Finisce come finiscono certi pensieri la notte: non risolti, ma un po’ più chiari e a volte è già abbastanza.

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Vincenzo Casilli
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