Il 30 gennaio esce in digitale “DIATOMEE”, l’album di inediti della cantautrice Rossana De Pace, distribuito da Universal Music Italia. Registrato tra Val Pellice, Lunigiana, Torino e i colli parmensi, il disco intreccia suoni organici ed elettronici, impulsi delle piante trasformati in musica e arrangiamenti eterei, raccontando il valore dell’essere parte di qualcosa di più grande.

Rossana De Pace é nata a Mottola (Taranto) nel 1996 unisce radici mediterranee, ricerca sonora e sguardo sociale. Con Diatomee firma un lavoro che è insieme racconto personale e visione condivisa.
Di cosa parla l’album “Diatomee”?
Diatomee è una sorta di viaggio, interiore che prende ispirazione da queste alghe unicellulari che sono alghe minuscole che viaggiano attraverso le correnti e influenzano tantissimo in realtà il nostro pianeta con il nostro viaggio perché producono il 25% dell’ossigeno che respiriamo e sono anche alla base dell’alimentazione marina. E quindi un pochino, tenendo ispirazione di questo viaggio ho metaforicamente immaginato che se qualcosa di così piccolo influenza il nostro pianeta, chissà quanto io con le mie azioni posso avere un impatto sul mondo e quanto il mondo possa averle su di me. E quindi canzone per canzone, partendo dall’idea di abbandonare con il primo pezzo tutte le proprie convinzioni e diventare un foglio bianco, inizia quindi questo viaggio di decostruzione quindi togliere tutte le cose che abbiamo ereditato dalla società, alle pressioni sociali, all’educazioni e liberarci un pochino da quegli strati in più, per arrivare alla fine del disco con dei suoni che una ci chiede di decidere da che parte stare e l’ultima decidi l’alternativa esiste un modo personale di vivere, ma non solo una strada ma costruirti una personale.
Hai registrato l’album in quattro luoghi diversi, lasciando che gli spazi influenzassero suoni e atmosfere. Cosa ti ha dato questo “viaggio fisico” e come si riflette nelle canzoni?
Sicuramente mi ha dato il tempo per poter approfondire temi, ed è un modo di lavorare che mi piace molto quella della residenza artistica. Mi ha data la possibilità di conoscere diverse comunità di persone che gestivano questi diversi luoghi mi influenzavano anche le diverse storie , dai loro punti di vista. Ho investigato anche un pochino i diversi modi di vita, e poi a livello pratico questi luoghi ci sono nell’album ho raccolto dei campioni di suoni durante la residenza, suoni d’ambiente come: fiumi, sono stata ad un apicoltore il ronzio delle api, sono stata in mezzo a tutti i luoghi dove avevano la prerogativa di essere in natura, animali un po’ di tutto. E poi anche sequenze di piante attraverso un dispositivo, che raccoglieva delle sequenze di piante.

C’è un brano di DIATOMEE che senti particolarmente vicino o che rappresenta meglio questo momento della tua vita?
Tutti lo rappresentano tutti parlano molto di me, sicuramente c’è n’è uno che è più estremamente personale che è stata una scoperta più recente che è “Rosaria” il mio alterego un po’ giudicante nei miei confronti rappresenta quella parte di me che mi vuole più produttiva, mi vuole sempre sul pezzo e non mi dà spazio alla fragilità quindi guarda la fragilità come patetica. Diciamo che è molto personale, perché è una parte di me in prima persona però la ragione per cui esiste è anche un problema sociale “questa fuga matta del dolore” il brano dice proprio così.
Guardando al futuro: cosa ti auguri che chi ascolta DIATOMEE possa portare con sé dopo l’ultimo brano?
Che possa in un certo senso riconoscersi e quindi riflettere un pochino su tutte quelle che possono essere per lui o per lei quei punti quelle decostruzioni da fare e che alla fine si sente apposto con se stessa. Che possa esserci una strada personale.
A tutti i nostri ospiti a fine intervista chiediamo se c’è un posto del cuore nel Salento
Ho un’amica di infanzia che mi ricorda proprio il Salento. Mi ricordo bene ci scrivevamo anche delle lettere e spesso quando venivo in Salento andavo da lei e mi ha sempre accolta nel suo paese che è Salice Salentino.