Plant riparte da sé e racconta la sua rinascita: «La mia scrittura? Non è cambiata, si è evoluta»

Dalle battle di freestyle nei piccoli centri del Sud fino ai palchi più importanti della scena italiana, il percorso di Plant è una traiettoria intensa e fuori dagli schemi. Classe 1999, cresciuto ad Altamura tra contrasti, sogni e voglia di emergere, ha costruito la propria identità artistica attraversando generi e linguaggi diversi, fino al successo condiviso con il progetto La Sad.

Oggi, però, la direzione è cambiata. Con Maldivita e la sua nuova versione Maldivita: Brokenboy, l’artista inaugura una fase più personale e consapevole, in cui la musica diventa spazio di verità e introspezione. Un progetto che si presenta come un diario emotivo, capace di attraversare fragilità, rabbia e desiderio di rinascita, senza filtri e senza compromessi.

In questa intervista, Plant si racconta a cuore aperto, ripercorrendo le tappe del suo percorso e condividendo il significato più profondo di un lavoro che segna un punto di svolta nella sua carriera.

Guardando al tuo percorso, dalle prime esperienze fino a oggi, cosa senti di aver lasciato indietro e cosa invece ti porti dentro nel progetto “Maldivita: Brokenboy”? 

Sento di non aver lasciato nulla indietro, perchè finalmente sono riuscito a mettere in un progetto tutte le mie sfumature, dagli ascolti magari più rock, agli ascolti più urban, agli ascolti più rap. Perchè appunto io vengo dal freestyle, quindi andavo a fare battaglie, contest freestyle rap, in giro per la Puglia, Basilicata. Però poi, ancora prima, quando avevo dodici / tredici anni suonavo la chitarra e mi piacevano i Blink, i Green Day, che poi ho ritrovato dopo nel percorso. Quindi diciamo che sono riuscito a mettere in questo progetto, finalmente, tutti tutti tutti i miei ascolti, tutte le mie ispirazioni e tante delle mie idee che avevo, a livello concettuale, nelle note da anni.

“Maldivita: Brokenboy” è definito un diario personale: quanto c’è di autobiografico in questi nuovi brani? 

È così autobiografico che io all’inizio pensavo non fosse forte, pensavo che nessuno potesse rivedersi in una canzone in cui citavo il mio nome anagrafico, non so come dire, oppure in una canzone dove citavo i miei amici, il nome anagrafico dei miei amici o della mia fidanzata. Invece poi la gente ha traslato tutte queste informazioni nella propria vita personale e mi fa veramente piacere che la mia vita, i miei drammi, i miei sbatti possano combaciare con gli sbatti di qualcun altro.  E ho deciso che d’ora in poi non mi limiterò più, non cercherò più di fare la hit, ma aprirò il cuore quando scrivo, perchè ti torna il doppio.

Nei 5 inediti si percepisce un mix di rabbia e consapevolezza: qual è stato il momento più difficile da trasformare in musica? 

“Due Personalità” è stato il brano più sofferto che ho scritto perché io mi sento sdoppiato dentro di me. Sento che c’è una corazza arrogante, che mi protegge, che è il mio personaggio comunque, è la parte che tutti conoscono; e poi c’è una parte che nessuno conosce, che è affossata dal malessere ed è a tratti psicopatica. Quindi diciamo che quando mi è scattata la scintilla in testa di scrivere “Due Personalità”, durante la scrittura ho avuto tanti down, son crollato tante volte e ho dovuto smettere di scrivere per tante ore perché era una cosa che mi torceva lo stomaco. Però è stato liberatorio, mi ricordo che quando ho scritto l’ultima parola, sono andato a fare un giro di un’ora e mezza attorno al mio quartiere, senza una meta.

Dopo il percorso con La Sad, quanto è cambiato il tuo modo di scrivere e raccontarti da solista? 

Più che cambiato diciamo che si è evoluto, perchè io ho capito, insieme ai miei produttori, che la mia forza, oltre che nel far melodie, è l’attitudine, è tutto, era  principalmente nei testi, in quello che volevo comunicare. Perché quando mi sono ritrovato da solo, io e il foglio, ovviamente il mio cervello ha iniziato a ragionare diversamente: ha iniziato a pensare al singolare innanzitutto, ha iniziato a scavare. Quindi diciamo che, più che è cambiata, si è evoluta, diciamo che adesso penso che la mia forza sia proprio la parte lirica, la parte testuale e voglio sbattermi su sta cosa qui, voglio spremermi perchè ogni pezzo deve essere senza tempo, ogni pezzo, a prescindere dal sound, deve essere intramontabile. Anche tra vent’anni lo voglio ascoltare e dire “Ok, queste cose sono ancora reali, queste cose sono ancora odierne”.

Che messaggio vuoi lasciare a chi oggi si sente perso o in difficoltà? 

Non me la sento di lasciare un messaggio, anche perchè non mi voglio levare come salvatore o paladino del dolore, quello soltanto che posso dire, dal punto di vista della mia esperienza, è il fatto di non crogiolarsi ancora di più nel dolore perché è molto facile dire: “Perché sta succedendo a me?” “Perchè non sta andando?” “Perchè è tutto sotto sopra?”. Invece è molto più difficile, ma più opportuno, chiedersi: “Cosa posso fare in questa situazione per trarre il meglio da questa negatività?”. Quindi secondo me fa tutto parte di un processo, ad alcuni è un processo più lungo, ad alcuni un processo più breve, ma fa tutto parte di un processo. Io ho imparato a trustarlo il processo, ho imparato a crederci, perchè probabilmente anche in quel momento in cui nessuno ti guarda e tutto va male; è solo magari un motivo e un’occasione per crescere e per migliorarsi lontano dai riflettori, lontano dai giudizi.

A tutti i nostri ospiti a fine intervista chiediamo se c’è un posto del cuore nel Salento

Ti dico Gallipoli, perché io, a Gallipoli, da ragazzino ci andavo. Sempre intorno ai sedici / diciassette anni ho fatto i miei primi concerti, che non erano proprio miei, aprivo gli artisti più grossi che venivano in estate in Puglia a suonare. Mi ricordo che mi dicevano “Bro, vuoi aprire il concerto, ci sono cento euro a disposizione”. E mi ricordo che io con quei cento euro neanche mi riuscivo a pagare la benzina da Altamura a Gallipoli, però ci andavo per la gloria, ci andavo perchè soprattutto ci credevo e perchè volevo farmi notare, volevo emergere. Quindi ti dico Gallipoli perché lo associo proprio ad un posto dei sogni, in cui d’estate stavo sempre giù, un pò come se Milano si spostava là. Mi sembrava un pò di respirare la musica, di crederci veramente. Viva la Puglia!

Total
0
Shares
Previous Article

Esordio letterario per Antonio Porcelli con "Blu Oltremare", quando l’amore diventa esperienza

Next Article

Verso Bologna-Lecce

Related Posts
Total
0
Share