Ci sono frasi che pesano più di una sentenza: “Non è stupro, lei sapeva cosa rischiava.” È questa la motivazione con cui il tribunale di Macerata ha assolto un uomo accusato di violenza sessuale. Una frase che, nel 2025, suona come un’eco intollerabile di un tempo che credevamo superato.
Non è solo una questione di diritto. È una questione di civiltà. Perché in quelle parole c’è tutto il riflesso di un Paese che ancora fatica a riconoscere la violenza per ciò che è: un abuso di potere, mai un equivoco, mai una “disattenzione”.
Attribuire anche solo in parte la responsabilità della violenza a chi la subisce significa perpetuare un modello culturale che continua a giudicare le donne più per i loro comportamenti che per i diritti violati. È una logica tossica, che trasforma le vittime in imputate e che mina la fiducia nella giustizia stessa.
Si discute di un Paese che, mentre assolve con motivazioni come questa, decide anche di togliere l’educazione sessuale e affettiva dalle scuole medie, come se la conoscenza del corpo, del consenso e del rispetto fosse un pericolo da censurare, e non una difesa da garantire. Togliere l’educazione sessuale ai ragazzi significa lasciarli soli di fronte a un linguaggio distorto che arriva dai social, dal porno online, da una cultura che spesso riduce il rapporto tra i sessi a dominio e possesso.
E poi ci stupiamo delle sentenze, delle parole dei giudici, della confusione su cosa sia o non sia violenza.

La verità è che senza educazione non esiste prevenzione. E senza prevenzione, la giustizia arriva sempre troppo tardi.
La proposta di legge portata avanti da Una Nessuna Centomila, con Laura Boldrini e Michela Di Biase, non è un gesto simbolico: è una riforma necessaria, che allinea l’Italia ai migliori standard europei e che pone al centro il rispetto della libertà e dell’autodeterminazione personale.
Perché la libertà di dire “no” — e di essere creduti — è il fondamento di ogni società democratica. E una giustizia che non sa riconoscerlo, smette di essere giusta.