Il rigore sbagliato contro il Napoli ha riacceso i riflettori, forse in modo eccessivo, su Francesco Camarda, 17 anni appena compiuti. Da talento delle giovanili a simbolo del futuro del calcio italiano, il passo è stato brevissimo, troppo breve, e ora il rischio è che l’entusiasmo eccessivo si trasformi in un fardello difficile da gestire.
Camarda si è trovato, suo malgrado, al centro di un fenomeno mediatico che lo segue passo dopo passo: ogni errore diventa un caso, ogni successo un titolo. Ma il calcio, soprattutto per un ragazzo di quell’età, ha bisogno di tempi naturali, di crescita, di errori che non pesano come condanne.
C’è, quindi, qualcosa di profondamente stonato in quello che stiamo facendo a Francesco Camarda. Stiamo parlando di un ragazzo, non di un campione affermato. Un ragazzo che fino a poco tempo fa giocava nelle giovanili, che si sta affacciando ora a un calcio spietato, dove la pressione è costante e la pazienza del pubblico quasi inesistente. È naturale che possa sbagliare. È umano che possa sentire il peso delle aspettative che gli sono state cucite addosso troppo presto.
Il problema, però, non è lui. Il problema siamo noi.

Noi che abbiamo bisogno di eroi da creare e distruggere in pochi mesi. Noi che lo abbiamo raccontato come un predestinato, come “il nuovo fenomeno del calcio italiano”, dimenticando che la crescita di un giovane passa anche (e soprattutto) dagli errori.
Il rigore sbagliato contro il Napoli, più che una macchia, deve essere un passaggio. Un momento formativo, una tappa inevitabile nel percorso di un ragazzo che ha talento, sì, ma che deve ancora costruirsi come uomo e come calciatore.
Camarda non ha bisogno di prime pagine, di paragoni con campioni già affermati, di “processi” mediatici per ogni partita. Ha bisogno di tempo, silenzio e fiducia.
Ha bisogno di allenarsi, di sbagliare, di imparare, senza sentirsi ogni giorno giudicato come se fosse in finale di Champions League. Se davvero amiamo il calcio, dovremmo ricordarci che ogni grande storia nasce così: da un ragazzo, da un sogno, e da un ambiente che lo protegge. Oggi, più che mai, Camarda ha bisogno di tranquillità. E siamo noi, tutti noi, a dovergliela restituire.